[Life] Zitto

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Non lo dire, davvero.
Non mi guardare con quell’aria che è un misto tra compatimento e sufficienza e non mi dire “se hai bisogno, ci sono”.
Perché non è vero, e lo sai.
Perché ci se sei hai bisogno tu, non io.
Non ho bisogno, mai.
Avere bisogno è fastidioso, frustrante.
Un bisogno è la mancanza di qualcosa che sia indispensabile, opportuna, o di cui si senta il desiderio.
E’ una cosa importante, avere bisogno.
Non generare aspettative, in quei momenti, poi, ci devi essere davvero.
Preferisco che tu mi dica “fammi sapere come è andata”, preferisco, si.
Devo essere consapevole di essere solo, mi devo organizzare.
Sapere che la zattera non è disponibile mi spinge a nuotare.
Non sapere che affonda appena toccata mi fa annegare.
Quindi, davvero, non lo dire.
E non fare quella faccia.



[Life] Posso fare qualcosa per te?

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Lamentarsi non è mai una soluzione.
Frase ormai strausata, stucchevole, addirittura fastidiosa. Molto fastidiosa.
Un po’ come tante in questo periodo.
Una parola che odio è Resilienza, forse ne scrissi già.
Non capisco perché debba essere un pregio la capacità di resistere alla sofferenza: parte dal presupposto che si debba soffrire e mi turba.
La situazione che forse fa più male però è l’insoddisfazione di chi ti circonda.
Prova a pensarci: figli, mogli, mariti, colleghi di lavoro, amici, tutti.
Ti prodighi per vederli felici e loro sono perennemente insoddisfatti.
C’è chi annulla la propria vita, c’è chi rinuncia a qualcosa di importante ma nulla, l’insoddisfazione e la sufficienza regnano sovrane sulle facce di chi ti sta intorno.
E’ lì che la frustrazione fa radici, cresce, alimentata da quelle espressioni, quegli occhi, quegli sbuffi continui.
A lungo andare fa fiori, poi frutti amari.
Ci puoi fare una macedonia di tristezza.
Forse è li che inizi a perdere il senso della vita?
E’ lì che diventa tutto difficile?
E’ li che devi usare la parola “resilienza”?
Non lo so, ma fa male.
Ti vengono in mente mille domande e a una certa età è meglio non farsele.
A una certa età non ci si dovrebbe fare nessuna domanda, si dovrebbero avere le risposte.
E io continuo ad avere mal di testa.

[Life] Magari sono morto

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Il mal di testa non mi da tregua.
Ormai sono cinque giorni di fila, tra alti e altissimi, che mi perseguita.
– “Prendi un Okitask”, mi consigli.
– “A parte che non so cosa ci sia dentro…”, rispondo, poi rido a una battuta che capisco solo io.
Ok, lo prendo, ma non cambia nulla.
Ci sono periodi in cui sembra che sia in atto su di me la tortura della goccia cinese, dove gli eventi fastidiosi si susseguono e mi scavano nell’umore.
Non faccio in tempo a risolvere un problema che ne arriva un altro.
O forse faccio solo più attenzione agli eventi negativi.
Son periodi, mi dicono.
Mi chiedo cosa ho combinato nella vita precedente per avere questo trattamento.
Con tutte le dovute proporzioni, ovvio, che c’è chi sta male veramente anche solo perché nato nel posto sbagliato.
Oppure sono all’inferno e non lo so.
Ecco, magari sono morto.
No, non avrei questo incessante mal di testa.
Molto probabilmente la vita non va come vorrei, che è sempre l’unico problema.
Ti aspetti qualcosa, non arriva, delusione.
Dovrei approcciare alla vita come sto di nuovo approcciando alla corsa: vado a prendermi quello che voglio.
Cerco, trovo e colpisco.
Solo che è più facile, lì sono da solo e posso spingermi oltre.
Dannate regole di convivenza reciproca, sarebbe così comodo poter trattare il prossimo come il lui tratta te.
A lui non viene il mal di testa.
O, se gli arriva, gli basta un Okitask.

[Life] Stai lì

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Guarda le sue foto e si emoziona un po’.
Hai gli stessi occhi di trent’anni fa.
Forse quaranta.
Lo stesso sguardo.
Le stesse intriganti lentiggini e quel sorriso aperto che gli faceva battere il cuore.
Forte.
Quando si è adolescenti si vive tutto al massimo o, almeno, quegli adolescenti lì lo facevano.
Era tutto uno scartare emozioni come regali a natale, di quelli con la carta colorata.
No sapevi che emozione trovavi nella scatola ne come l’avresti vissuta.
Scoprivano.
Mentre si scoprivano.
Conoscersi pian piano per il timore di deludere un po’, lasciarsi andare a spizzichi per non sembrare facili, concedersi a tappe perché ogni centimetro di pelle era una tonnellata di emozione.
Da un punto di vista tecnico non si sono mai lasciati.
Lui fa scorrere i polpastrelli sul cellulare, piano, e ad ogni foto sorride un po’ di più.
Lei è davvero una bella donna, non poteva essere altrimenti, le basi c’erano tutte.
Poi ha quegli occhi lì, quelle lentiggini lì, quel sorriso lì.
Lì, dove è giusto che stia.
Lì.
Vicino agli occhi, vicino al cuore, lontana un bel po’ di traffico dati.





[Life] Elettrico

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Provo a farti capire.
Sono molto nervoso, non c’è bisogno che qualcuno me lo ricordi.
Mi piacerebbe rinchiudermi in una scatola a capire se mi sto sul caz*o anche da solo.
Ci sono ottime possibilità.
Se ti sto dicendo che in questo periodo non sopporto nessuno, non voglio vedere nessuno, odio il mondo intero e tutti sui componenti la frase migliore da dirmi non è “allora ci vediamo così parliamo un po’”.
No.
Sono sempre stato un solitario, uno che ama i suoi silenzi, le sue routine, i suoi pensieri.
I suoi bisogni.
Non ho la necessità costante di condividere sensazioni ed emozioni.
Non mi piace sfogarmi, avere una spalla su cui piangere, avere qualcuno da prendere a pugni, essere capito.
Essere compatito.
Sto bene nel mio silenzio.
Sto bene nel mio dolore.
Sto bene nel mio nervosismo.
Da solo gestisco tutto, sempre.
Faccio fatica, ma ormai ne sono consapevole.
Sono quello che non si riposa mai.
Se ti dico che voglio stare da solo è perché voglio stare da solo, non è una richiesta di aiuto.
Anzi, magari lo è ma, ti prego, ignorala.
Fallo per me.
Anzi, fallo per te.